MEDIANTE

Associazione culturale

A VOCE ALTA

nei luoghi dai microfoni ancora spenti

Sì. Qui i “microfoni” sono ancora spenti.

Noi viviamo a Foggia, ci occupiamo di arti visive, audiovisive e performative, sono i linguaggi che riguardano la nostra vita e che utilizziamo per comunicare e che non possono prescindere dagli stimoli del territorio che abitiamo.

Il territorio di Foggia e provincia è permeato dall’attività criminale mafiosa, che ispira e alimenta atteggiamenti di violenza i quali trovano inspiegabilmente sempre più spazio rispetto alle attività culturali, artistiche, umanistiche. La direzione da prendere, invece, deve necessariamente essere legata alla possibilità di riprendersi spazio e occuparlo con ciò che è necessario alla comunità. Basta semplicemente passeggiare per le strade della città e guardarsi intorno, cercare sui quotidiani sia cartacei che digitali per capire che questa è una città violenta e omertosa. Come artisti troviamo nelle storie di Giovanni Panunzio, Mario Nero e in esperienze come quella di Francesco Traiano, un riferimento e una ragione in più per restare e resistere.

A VOCE ALTA

a Francesco Traiano

Il 17 settembre 2020, Francesco Traiano muore a trentotto anni nel reparto di Rianimazione del Policlinico Riuniti di Foggia. Era stato ridotto in fin di vita da tre malviventi durante una rapina nel suo bar.
Questo lavoro nasce per essere dedicato a chi odia l’omertà e in seguito a questo episodio che ha scosso per l’ennesima volta tutta la città, abbiamo deciso di dedicare a lui e alla sua famiglia questo lavoro.
La sorella di Francesco, sempre a Foggia nel febbraio del 2003, venne uccisa a colpi di pistola alla nuca dall’ex compagno davanti la chiesa Beata Vergine Maria.

il giorno dopo il 28° anniversario dell’omicidio di Giovanni Panunzio

Il 6 novembre ricorre l’anniversario della morte di Giovanni Panunzio, imprenditore foggiano ucciso dalla mafia per essersi opposto alle estorsioni, alle minacce e alle intimidazioni – denunciandole.
Venne ucciso la sera del 6 novembre 1992, ma non tutta la collettività riuscì a comprendere in modo effettivo l’accaduto, a causa delle troppe reticenze e dei troppi silenzi che la permeavano.
Specificare questo appunto sul giorno è fondamentale per il contenuto dell’evento, il progetto infatti si sviluppa a partire dal testo di Marcello Strinati, “P”, un monologo in cui Giovanni Panunzio parla da morto, parla il giorno dopo. Le sue parole arrivano come se parlasse attraverso le mura, i palazzi e le strade della città, come se quella voce arrivasse dal “mondo di fuori”…

… o forse, è proprio quella voce che arriva dal “mondo di dentro”, che smuove le domande più difficili, intime, che a volte per paura spegniamo. Per paura, sì, ma di morire o di vivere?

Con questo lavoro si vogliono approfondire alcuni interrogativi sul tema del “giorno dopo”: cosa accade il giorno dopo l’omicidio premeditato di un innocente? Viviamo come se fosse un continuo giorno dopo, e cioè intimoriti dal “fatto”, abbassiamo la voce? O come se fosse un infinito giorno prima, dimenticando “il fatto” e facendo finta che non sia mai accaduto? Cosa abbiamo imparato, capito o deciso a partire dal giorno dopo? Cosa cambia? Cosa è cambiato dal 6 novembre del 1992?

documento audiovisivo

L’elaborato audiovisivo realizzato impiega un doppio formato video, il digitale riferito al presente e il VHS-C (tipico formato amatoriale degli anni ’90), gli anni di Giovanni Panunzio. Ci affidiamo all’immagine come la intendiamo oggi e all’immagine come si poteva intendere trent’anni fa filmando con entrambe la stessa azione nello stesso momento, per andare fuori dal tempo come se ad osservare queste immagini ci fossero anche gli occhi di Giovanni Panunzio, i nostri, ma anche quelli di Traiano. Come un documentario in cui il materiale d’archivio è sempre uguale, in cui il sangue è sempre lo stesso, ed è sempre lì e il contesto non cambia Mai.

perché un flash mob

L’evento è stato realizzato impiegando la modalità espressiva del flash mob che non prevede un preavviso mediatico, inviti o alcuna forma di organizzazione. La ragione è legata all’osservazione delle modalità con cui avvengono gli atti intimidatori, le rapine o le aggressioni e gli omicidi. Avvengono evidentemente senza preavviso e affidando all’azione improvvisa e inaspettata il vantaggio necessario a “scappare”, inoltre è una modalità “verticale” che, non necessitando di autorizzazioni e permessi, sottintende il controllo e la proprietà del territorio. In relazione a questa riflessione crediamo che improvvisamente possa accadere anche qualcosa di costruttivo, un’occasione per riflettere, un evento “improvvisamente condiviso con tutti”, in strada, nella “nostra” strada per restare poi insieme a parlare, come occasione per incontrarsi, condividere.

sabato 7 novembre

tarda mattina, centro di Foggia. Il passeggio.

Al centro della strada un leggìo, con un microfono da conferenza. Improvvisamente da lì arriva una voce, quella di Giovanni Panunzio, (interpretata da Stefano Corsi, attore del Teatro della Polvere, più volte interprete di questo testo) ma a parlare non c’è nessuno, è la metafora di un’assenza – il volume è molto alto perché questa volta è la voce di una vittima a costringere al silenzio, ma al silenzio di quando si ascolta. Possiamo assistere alla reazione dei passanti, sorpresi, alcuni attenti e incuriositi dalla presenza del microfono, altri attenti ai loro impegni. Il passeggio. Questa mattina il cielo è totalmente azzurro.

“Ma insomma ancora qua state? Non siete stanchi? Volete continuare?”

La voce di Giovanni Panunzio invade Via Lanza…
Pian piano sei persone si avvicinano, si fermano ad ascoltare, al centro della strada, di fronte al microfono, ascoltano immobili, come statue.

Con il proseguire della voce, del testo, ognuno dei performer comincia a sporcarsi le mani di colore rosso, poi il viso, il collo, le braccia. Alla fine del monologo tutti i performer sono stesi a terra e restano così per alcuni minuti. In quel momento il microfono è acceso, chiunque ha la possibilità di parlare A VOCE ALTA.

Molti passanti si sono fermati, c’è un pubblico intorno, tutti rigorosamente distanziati e con mascherina, che osservano i performer stesi, c’è un silenzio nuovo, non si avverte più il vociare in sottofondo.

Al microfono interviene Giovanna Belluna Panunzio, nuora di Giovanni Panunzio, accompagnata da Dimitri Cavallaro Lioi presidente dell’Associazione Giovanni Panunzio. Il suo intervento non era programmato, parla a voce alta, spontaneamente.

Parole materne, intense, cariche di grinta e coraggio. Eppure, non sono parole nuove, è ciò che Giovanna Belluna continua a dire da anni, è l’amore per questa terra, è la forza di chi ha sofferto davvero, che arriva allo stomaco a rinnovare quelle domande che sono ancora ferme lì, che nessuno vuole prendere, smuovere, le domande che nessuno vuole fare.